Medici e meccanici

Dopo essermelo ripromesso svariate volte ed altrettante dimenticato, poco tempo fa ho finalmente portato l'automobile dal mio meccanico di fiducia per un controllo di routine: olio, filtri, freni,.. Il meccanico, non più giovanissimo, fa parte di quella ristretta cerchia di tecnici che si fida più del suo "sentire" che di complicati macchinari e, naturalmente, ha provato il veicolo. Ha notato qualcosa di strano e, quando ci siamo visti, ha esordito con tatto, senza voler emettere diagnosi e sentenze. Certo, mi ha esposto i suoi dubbi, ma non li ha venduti come certezze né ha ridimensionato la situazione. E non ha pensato di risolvere il possibile problema con la semplice sostituzione di un pezzo, ben sapendo che l'auto è qualcosa di più di un semplice assemblaggio di pezzi meccanici ed elettronici. Semplicemente mi ha consigliato di farla provare a qualcun altro e soprattutto, di provarla io stesso, prestando attenzione a ciò che succedeva in determinate condizioni. Solo allora, mi ha detto, avrei potuto decidere cosa fare.
Nonostante ci sia stato ripetuto ed inculcato fino alla nausea il contrario, il nostro corpo non è una macchina. Non ci assomiglia proprio. E il medico non è un meccanico. O almeno non dovrebbe esserlo. Però spesso si comporta come tale. Perché quando, la settimana successiva, ho portato l'auto in un'altra officina per la revisione, mi sono venuti in mente proprio i medici: controlli computerizzati, screening incrociati, analisi elettronica. La mia auto, con i sensori collegati al computer, era costretta a subire prove sotto sforzo ed osservazioni minuziose nelle sue parti più intime e nascoste. E i meccanici, come capita talora ai medici, non si curavano di chi avessero in reparto, ma erano interessati solo a valutare lo stato della marmitta, dei dischi e dei fanali.
Come già scritto altre volte, le differenze tra la medicina convenzionale e le cosiddette medicine naturali non si limitano solamente alla modalità relazionale che si instaura tra il medico ed il paziente e tra l'operatore ed il cliente. E neanche solo all'utilizzo di sostanze di origine diversa, chimica anziché naturale. Riguardano invece soprattutto i presupposti teorici su cui si fondano.
La medicina convenzionale accademica si interessa di malattia. Quello è il suo campo d'azione: ogni disturbo, ogni problema, ogni patologia che modifichi lo stato organico della persona, il suo corpo fisico, e lo leda è importante e quello e soltanto quello è il suo campo d'interesse e d'azione.
Le medicine naturali (e con medicine intendiamo in questo caso, come già scritto altre volte, il complesso dei provvedimenti, spesso di carattere non strettamente medico, utili a prevenire le malattie o a riacquistare e mantenere la salute), siano esse medicine tradizionali di un certo popolo o naturopatia o omeopatia, si interessano invece fondamentalmente di salute. Se il cliente si ammala, un errore è già stato commesso. Per questo motivo in vari paesi dell'antichità, dalla Cina alla Persia all'Egitto, il medico veniva pagato finché manteneva in salute i suoi protetti. Se questi si ammalavano, la responsabilità era anche dell'esperto che doveva adoperarsi gratuitamente per ristabilire l'equilibrio perduto.
Ne consegue un diverso modo di concepire la malattia: il segno di un equilibrio perduto, appunto, che si manifesta proprio per farci capire dove il nostro stile di vita va modificato, anziché un problema capitato non si sa bene perché e che va eliminato al più presto.
Ma anche questo ci riconduce ad un'altra differenza d'impostazione. La medicina ufficiale occidentale conosce il corpo fisico dell'uomo e soltanto quello. Da brava disciplina illuminista-positivista qual è, non ha che interessi materiali. Le medicine tradizionali, come le più moderne omeopatia e naturopatia invece, concepiscono l'essere umano come articolato su vari livelli: fisico, bioenergetico, psicologico, spirituale. In questo senso tali discipline possono risultare molto più vicine ed affini alla psicologia che alla medicina accademica. E nel riconoscere all'uomo aspetti diversi da quelli materiali, si individuano anche, per così dire, direzioni che possono spiegare l'evolvere dei disequilibri emotivi fino al manifestarsi della malattia organica.
Si evidenzia quindi un'ulteriore differenza: la concezione della causa della malattia. Se fino ad oggi, nel mondo della medicina ufficiale, sono andati di moda gli agenti esterni come batteri e virus, sponsorizzati da discutibili personaggi come Pasteur, le ultime tendenze ci vogliono convincere che la causa di ogni malanno risiede a livello genetico. Ancora una volta non bisogna essere particolarmente arguti per ipotizzare interessi da parte di lobby e multinazionali. Sul versante delle medicine naturali è invece centrale il concetto di disarmonia, di squilibrio innanzitutto emotivo ma anche relazionale ed ambientale.
Infine l'utilizzo di strumenti terapeutici: secondo un criterio dell'opposto nelle medicine tradizionali (lo yin contrapposto allo yang, il caldo al freddo,...); del simile nell'omeopatia (il cui termine corretto sarebbe omopatia); del diverso, senza relazione alcuna con la malattia se non un'utilitarista effetto immediato di soppressione, nella medicina allopatica.
Molte le differenze quindi, anzi, moltissime, tanto da far apparire chiaramente come medicina convenzionale da una parte e medicine tradizionali, omeopatia e naturopatia dall'altra, nulla abbiano in comune. Perché allora insistere ancora per riconoscimenti e definizioni di legge, se non per consegnare tutto nelle mani dei medici e delle case farmaceutiche?
Anche i meccanici e i carrozzieri si distinguono tra quelli autorizzati e quelli no, ma io preferisco ancora il mio meccanico all'antica.

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2005, n. 9

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