Salute!

Dal concepimento alla morte, il concetto di salute nel mondo occidentale si sta legando sempre più indissolubilmente all’uso di macchinari di analisi medica. La medicina moderna è ormai totalmente dipendente da attrezzature complesse e sofisticate, costruite per ricerche settoriali e specifiche, che ben poco spazio lasciano alla capacità diagnostica e comprensiva dell’uomo.
Fino a non molto tempo fa, ogni individuo conosceva fondamentalmente il suo stato di salute e la ricerca del parere medico era motivata dal riconoscimento di una modificazione di questo stato. Al giorno d’oggi accade spesso di sentire parlare persone che hanno avuto notizia da medici e specialisti di essere malate, di aver perduto, senza accorgersene, quello stato di salute che, di fatto, dovrebbe appartenere loro. Monitoraggi periodici, esami di routine, check-up semestrali: scopriamo carie, cisti ed infarti senza avere mai avuto male ai denti o dolori particolari. Certo, è tutto a nostro vantaggio…è meglio prevenire che curare… ma tante volte stavamo meglio quando non sapevamo!
Ma questo bisogno di controllo, quest’ansia di ricevere riscontri dall’esterno, questo assoggettarci al giudizio degli esperti, non nascondono, ancora una volta, un’incapacità di farci carico di noi stessi, una fuga dall’incontro, più profondo e coinvolgente, con la nostra essenza più intima? Chi, se non noi stessi, può dire se stiamo bene o male, se le nostre necessità sono di un tipo o di un altro, di che cosa abbiamo veramente bisogno? Chi, meglio di noi stessi, può conoscere il nostro mal di testa o la nostra ansia? Chi ha veramente esperienza dei nostri stati d’animo e dei nostri dolori?
L’attenzione al singolo individuo, irripetibile nell’immensità dell’universo, che ha sempre caratterizzato le medicine tradizionali (cioè quelle popolari) e l’omeopatia che da esse proviene, viene negata dalla medicina accademica ufficiale (che nulla ha di tradizionale e di popolare). E’ stata negata nel passato ma lo è ancor più al giorno d’oggi, proprio quando tale dimensione andrebbe sottolineata. Il punto è che il concetto stesso di salute è stato stravolto, a solo vantaggio di questa medicina il cui interesse non è tanto la salute dell’individuo (anche se, per fortuna, continua ad esserlo per tanti medici), quanto più l’approccio farmaceutico a qualsiasi situazione ed evento, la medicalizzazione di fasi della vita che nulla hanno di patologico (gravidanza, menopausa, vecchiaia,…), il sostenere una concezione materialista e segmentata dell’essere umano.
Con l’arrivo del nuovo secolo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha modificato la definizione di salute nei suoi programmi ufficiali. Mentre quella valida fino ad oggi la definiva come “uno stato di completo benessere fisico, mentale, sociale e non semplicemente assenza di malattia o di infermità”, la definizione del XXI secolo recita: “la salute è riduzione di mortalità, frequenza di malattie e invalidità in seguito a malattie riconosciute nonché un innalzamento del livello di percezione di salute”. Cosa significa in parole povere e, soprattutto, cosa comporta questo cambiamento? Questa nuova concezione si fonda esclusivamente su parametri statistici astratti come la mortalità, la morbilità, il livello di invalidità. Ciò che definisce lo stato di salute dell’individuo quindi non è l’individuo stesso, quanto l’aspetto statistico percepito che è materia dei tecnici biostatistici e, in ultima analisi, dei politici. Si perde di vista la singola persona ed il rapporto unico ed irrepetibile che il medico o lo psicologo potrebbero avere con essa. Di conseguenza la malattia stessa è definita in termini astratti, statistici, politici. Malattia diviene ciò che è stabilito a priori come tale, col rischio di medicalizzare sempre più stadi della vita che nulla hanno a che fare con la malattia reale (come già detto: gravidanza, menopausa, vecchiaia,…) ed, al tempo stesso, di etichettare come patologico ciò che devia dalla norma, ciò che appare come “socialmente diverso”.
L’ultimo, ma non meno importante, aspetto riguarda la promozione dell’uguaglianza degli esseri umani nella salute. Sacrosanto diritto, che rinforza tuttavia la tendenza a considerare la salute come bene collettivo e non individuale. Ricordiamo le degenerazioni di una prospettiva di questo tipo (dall’anonimia ospedaliera ai trattamenti sanitari obbligatori, dalle vaccinazioni di massa all’espianto di organi) riportando ciò che scrisse un gruppo di bioetica (!) dell’Università di Copenhagen sulla rivista “Bioethics” nel 1994 col titolo “Difendere i giovani dagli anziani”: “Secondo la nostra opinione sembra assolutamente ovvio affermare che gli organi di persone vive sono risorse di salute di importanza vitale, che devono quindi essere distribuite equamente come tutte le altre risorse vitali. Dobbiamo quindi vederci obbligati ad insistere che vengano uccise persone anziane perché i loro organi vengano distribuiti a malati critici più giovani i quali senza questi organi dovrebbero presto morire”.
Non è ancora ora di riprendere in mano la nostra vita?

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2005, n. 3

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