Psicofarmaci o giardini?

Psicofarmaci e bambini. Parte seconda.

Quanto sappiamo, in realtà, dell'infanzia? Tutti ci siamo passati, ma quanti se la ricordano veramente?
Possiamo sfogliare qualsiasi manuale di sociologia della famiglia o di storia della pedagogia per trovare conferme che l'attenzione e l'interesse al mondo dei bambini sono profondamente mutati nel corso degli ultimi secoli e degli ultimi decenni in particolare. In genere si afferma che il bambino era considerato, nel passato, né più né meno di un piccolo adulto e, di conseguenza, che non esisteva una reale considerazione dell'infanzia come periodo della vita con un suo valore ed un suo significato propri. Ma quest'interpretazione è discutibile e recenti studi sembrano confermarlo: forse anticamente si permetteva ai bambini di essere semplicemente bambini, mentre, avviandosi verso la modernità e la civilizzazione, la società ha iniziato quel doloroso processo che è stata la negazione dell'infanzia.
Forse sta ora iniziando (o meglio da qualche decennio) una nuova e diversa fase. Agli inizi del XX secolo Freud e la psicologia in generale hanno portato l'attenzione all'importanza delle esperienze dei primi anni di vita per lo sviluppo della psiche; la pedagogia ha trovato negli ultimi due secoli un nuovo vigore che l'ha portata a definirsi come scienza; i pedagogisti stessi hanno elaborato teorie che hanno poi sperimentato sul campo, cioè a contatto con bambini e bambine. Ultimi, ma non per questo meno appariscenti, il mondo del commercio e quello della comunicazione hanno rivolto il loro sguardo all'età infantile, travolgendo con giocattoli, immagini, abbigliamento, mode, notizie e quant'altro la nostra quieta vita di adulti. Ed in effetti il nostro interesse per l'infanzia è aumentato, se consideriamo anche solo il giro d'affari che sta dietro ai pannolini, ai libri scolastici o agli hamburger e patatine. Per non parlare delle prime pagine sulla pedofilia, che possono cambiare la vendita di un giornale. Certo, è aumentato anche il nostro interesse più "sano": come genitori ci preoccupiamo di verificare con un'ecografia al mese il decorso della gravidanza, facciamo qualche domanda in più al pediatra ed ascoltiamo anche il parere di nostro figlio quando lo iscriviamo alla scuola superiore. Come società offriamo ai bimbi di pochi mesi nidi dalle veneziane rosa ed insegniamo l'informatica dalla prima elementare;… salvo poi chiederci se il nostro piccolo è normale se si tocca "troppo" i genitali e usare il ritalin quando si agita "troppo".
Ma, allora, mi chiedo: ci ricordiamo veramente di quando eravamo piccoli? Portiamo in noi l'esperienza dei primi pianti, del succhiare il latte, della paura del buio? Eravamo presenti a noi stessi quando c'incantavamo a guardare le lucciole o quando scivolavamo sulla ghiaia scorticandoci le ginocchia? O non lo siamo più adesso, adesso che abbiamo imparato ad essere adulti, ad essere seri e professionali, adesso che abbiamo capito cosa conta veramente, adesso che finalmente possiamo fare ciò che vogliamo?… Anche se forse confondiamo ciò che vogliamo, perché abbiamo dimenticato ciò che eravamo.
Spesso, come terapeuta, incontro persone che esprimono disagi, sofferenze, fatiche. Disagi, sofferenze e fatiche ad essere ciò verso cui, nel profondo della loro individualità, tendono. Per innumerevoli ragioni, ma soprattutto per sovrastrutture, per schemi, per abitudini consolidate che hanno oscurato il loro essere più originale che non è riuscito a sbocciare completamente. Gli psicofarmaci non servono ai bambini, ma solo agli adulti che vogliono più ordine, più disciplina, più controllo. Servono agli adulti che non vogliono che i bambini risveglino il bambino che è in loro. Servono agli adulti che vogliono immobilizzare ed appassire piccole personalità nascenti, come già successe a loro.
Ma torniamo alla domanda centrale: sappiamo in realtà cos'è l'infanzia? La psicologia e la psicopedagogia hanno fatto passi enormi negli ultimi anni nello scoprire aspetti che, solo poco tempo fa, si ritenevano impensabili. Ma, di fatto, sappiamo ancora pochissimo. Com'è possibile? Non conosciamo i nostri bambini? Siamo capaci di arrivare su Marte e non nell'interiorità di un bimbo? Certo, perché il viaggio è molto più lungo, più profondo, più oscuro di qualsiasi altro. Quello che spesso facciamo ancora è considerare un fanciullo un adulto in miniatura. Anzi, spesso abbiamo fretta, vogliamo che cresca velocemente per attenuare il nostro imbarazzo di non sapere come comportarci.
Ma la questione rimane fondamentale: è solo comprendendo cos'è l'infanzia e chi sono una bambina o un bambino che potremo seriamente fare qualcosa per loro. Famiglie, luoghi di nascita, asili, parchi giochi, scuole, ludoteche, ogni ambiente che ha a che fare con i bambini dovrebbe ridefinirsi continuamente alla luce di ciò che scopriamo che l'infanzia è e non in base alle nostre esigenze di adulti, di venditori, di politici, di giornalisti, di medici, di insegnanti, di psicologi,… Non c'è scelta: o torniamo ad ascoltare il bambino che forse sopravvive in noi o iniziamo ad ascoltare e considerare chi bambino lo è ora. E, di solito, chi è bambino e bambina, prima di essere snaturato dai nostri ipermercati, dai nostri videogiochi e dalle nostre televisioni, attribuisce importanza all'esserci, al rapporto conviviale, all'incontro con l'altro. Con qualsiasi altro: con i genitori, con gli animali, con gli alberi, con gli altri bambini di qualsiasi colore e provenienza. Attribuisce importanza al corpo, non a quello da ingrassare con cibi di ogni tipo, ma a quello che è canale di espressione attraverso il gioco, l'attività, il movimento. Attribuisce importanza all'esperienza diretta, stimolata dalla curiosità e portatrice di conoscenza.

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2004, n. 2

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