Non di sola carne

Gli uomini hanno conquistato solo gradualmente la maturità che ha permesso loro di giungere a riflessioni del genere… quando gli uomini iniziarono a mangiare la carne non avevano ancora la capacità di riflettere sulle conseguenze che tale fatto avrebbe portato con sé.
[Rudolf Steiner]

Ognuno di noi ha le sue preferenze in campo alimentare. Forse abbiamo iniziato a manifestarle in età infantile oppure le abbiamo modificate da adulti. Tutti abbiamo cambiato gusti ed abbiamo scoperto sapori che non conoscevamo. Probabilmente, per ognuno di noi, questi gusti personali influenzano la dieta quotidiana, spingendoci a ricercare più frequentemente certi cibi e ad allontanarne altri. A volte queste preferenze ci spingono ad escludere tenacemente certi piatti oppure altre volte esageriamo tanto con alcuni alimenti che corriamo qualche rischio con la salute. Molto spesso, anzi pressoché sempre, queste tendenze sono legate o influenzate da connotazioni emotive, da significati simbolici, da aspetti pratici ed economici. Nulla di strano. Mangiare, per gli uomini e le donne, non è un'azione che riguarda solo il livello del sostentamento, della sopravvivenza, come per le specie animali in libertà. Il mangiare ha assunto sempre più nel corso della storia un altro significato fondamentale, quello culturale, facendo sì che valenze sociali, religiose, politiche, economiche, filosofiche,… si intrecciassero tra loro, producendo quella tavola dai mille colori e dai mille profumi che è l'alimentazione umana nel mondo.
Tra tutte le possibili variazioni sul tema, la questione del consumo e dell'astinenza dalla carne è forse quella che ha maggiormente movimentato le varie culture del cibo ed è anche quella che presenta la più ampia gamma di relazioni con altri aspetti della vita culturale umana. Per definizione la dieta vegetariana esclude l'uso della carne di qualsiasi animale (compresi, naturalmente, i volatili, i pesci, i crostacei, le lumache, le rane, i rettili,…) sotto qualsiasi forma (bistecca ma anche ragù, salumi, gelatina, strutto, brodo, dado, colla di pesce,...). Le diete non vegetariane, di conseguenza, ammettono l'uso di carni e, tra queste, quella carnivora si fonda su un consumo quasi esclusivo di carne (più frequente di quel che si pensi). La dieta vegetaliana (o, meno correttamente, vegana), invece, esclude ogni prodotto di origine animale (quindi, oltre la carne, anche uova, latte e derivati, miele,…) ed utilizza quindi esclusivamente vegetali.
Senza pretesa di essere esaustivi, tentiamo di approfondire gli aspetti culturali che possono sottostare ad una scelta alimentare vegetariana, fondamentalmente riconducibili a quattro ambiti di motivazioni: "etica" (definita così non perché le altre non siano etiche, ma solo per facilità di comprensione), politica (sociale, ecologica, economica), igienico-salutista, religioso-spirituale. Se è vero che ognuno tra questi ordini di ragioni può essere considerato sufficiente a motivare individui di diversa provenienza culturale ad una scelta vegetariana, è altrettanto vero che, nella nostra epoca di allevamenti industriali, tale decisione non può più prescindere da un rifiuto di qualsiasi prodotto animale, anche che non comporti l'uccisione diretta dello stesso, ad esempio della gallina o della mucca. Consumare latte o uova significa costringere questi animali ad una vita di sofferenza che si concluderà inevitabilmente con una morte prematura (questo anche nel caso di allevamenti biologici, che, pur garantendo condizioni di vita di gran lunga migliori, non possono permettersi, per ragioni di mercato, il mantenimento di animali non più "produttivi"); significa, parimenti, appesantire il proprio corpo con alimenti anche più indigesti o tossici della carne stessa; significa, infine, contribuire a sostenere i grandi allevamenti intensivi con il carico di inquinamento e di ingiustizia sociale che ne consegue.
Analizziamo quindi cosa significa, nei fatti, nutrirsi di carne piuttosto che di vegetali, senza la pretesa di sapere cosa è giusto o sbagliato o di proporre soluzioni adatte a tutti, ma semplicemente sottolineando una nostra convinzione: ogni stile alimentare è assolutamente individuale e, come tale, risponde alle necessità ma anche alla libertà di ognuno di noi.

LA SCELTA ETICA
È la motivazione ritenuta fondamentale per tutti i vegetariani, ma, in realtà, talora non è così. Si fonda su un presupposto ben preciso: gli animali sono esseri viventi e, soprattutto, senzienti, capaci cioè di provare sensazioni, emozioni e sentimenti, come ben sanno tutti quelli che ospitano in casa un cane o un gatto. Ma, da questo punto di vista, una mucca non è molto diversa da un cane e così un maiale, una gallina e perfino un pesce. Si evitano quindi la carne ed ogni altro prodotto animale (come la pelle) che comporti l'uccisione di un altro essere vivente.
All'uccisione ed alla macellazione degli animali si aggiunge, al giorno d'oggi, il fatto che, per massimizzare i profitti, la zootecnia chimica ed intensiva costringe gli animali a condizioni di vita di estrema sofferenza. Negli allevamenti industrializzati, miliardi di animali destinati al macello sono costretti a vivere incatenati o chiusi in gabbie sovraffollate, incompatibili con le loro esigenze fisiologiche, privati della minima libertà di movimento, impediti nei comportamenti istintivi affettivi e sessuali, mutilati, sottoposti a continue terapie antibiotiche ed ormonali, ad un'illuminazione ininterrotta che impedisce loro di dormire, nutriti con alimenti inadeguati, chimici e innaturali (fino ai casi delle mucche costrette al cannibalismo), costretti a respirare un'aria satura di anidride carbonica, idrogeno solforato, vapori ammoniacali, polveri varie e povera d'ossigeno. Gli animali sfruttati in questo modo, oltre a manifestare gravi patologie organiche e psicologiche (galline che si uccidono beccandosi fra loro, cannibalismo della madre verso i piccoli fra i conigli, suini che si divorano la coda), subiscono menomazioni e manipolazioni genetiche. A tutto ciò si aggiungono il dramma del trasporto degli animali verso i macelli, viaggio dell'agonia e della sofferenza, e l'uccisione, che avviene nei modi più cruenti e dolorosi.
Le mucche da latte sono costrette per cinque-sei anni a produrre una quantità di latte pari a 10 volte l'ammontare di quello che in natura sarebbe stato necessario a nutrire i loro vitelli. Per far questo sono inseminate artificialmente e costrette a gravidanze ripetute e a mungiture forzate. Giunte ad un quarto della loro vita naturale, ormai esauste, sono condotte anch'esse alla macellazione.
Per la produzione di uova, le galline sono costrette a vivere fino a gruppi di quattro in gabbie delle dimensioni di un foglio A3. Negli allevamenti che producono galline ovaiole, i pulcini maschi (inutili al mercato in quanto non in grado di produrre uova, né adatti alla produzione di carne di pollo) sono gettati vivi in tritacarne o soffocati per diventare mangime, mentre a quelli femmina viene tagliato il becco per impedire loro di beccare a morte le compagne. Questa procedura è così dolorosa che molti pulcini muoiono per lo shock oppure sopravvivono in uno stato di continua dolorosità dovuta alle terminazioni nervose lasciate scoperte. Non appena la produttività delle galline diminuisce sotto il livello fissato, di solito dopo 2 anni, sono sgozzate per diventare carne di seconda scelta.

LA SCELTA POLITICA (SOCIALE, ECOLOGICA, ECONOMICA)
Il problema della fame nel mondo nasce non dalla mancanza di risorse ma dallo squilibrio nella loro distribuzione: le attuali produzioni di cereali e legumi, ad esempio, sarebbero sufficienti a sfamare tutti gli abitanti del globo se consumate direttamente, anziché essere usate, con grave spreco, per nutrire gli animali. Negli Stati Uniti il 70% di cereali e semi oleosi prodotti servono a nutrire gli animali, in Europa il 55%, in India solo il 2%. Su scala mondiale un terzo dei cereali e tre quarti della soia prodotti sono destinati a nutrire gli animali anziché gli esseri umani. Facendo riferimento ai consumi attuali, un raccolto di 2,2 miliardi di tonnellate di vegetali può nutrire solo 2,75 miliardi di persone che si alimentano secondo il modello statunitense. Essendo la popolazione mondiale superiore ai sei miliardi, il pianeta non potrebbe reggere un modello di consumo di questo tipo. Lo stesso raccolto potrebbe però nutrire 11 miliardi di indiani, che hanno un consumo pro-capite di carne molto inferiore a quello medio occidentale. Sei miliardi di umani, tanto carnivori quanto il cittadino medio occidentale, richiederebbero quindi il doppio delle terre emerse esistenti, perché sarebbe necessaria una quantità di cereali pari a più del doppio dell'attuale. Secondo quanto riportato dalla Commissione Europea, l'Europa è in grado di produrre abbastanza vegetali da nutrire tutti i suoi abitanti, ma non i suoi animali. Solo il 20% dei vegetali destinati agli animali d'allevamento proviene dall'interno; il rimanente viene importato dal sud del mondo, con conseguente sfruttamento delle risorse locali ed incremento della povertà. I grandi allevamenti, sia quelli intensivi dove gli animali vivono stipati in enormi capannoni sia quelli estensivi come i ranch degli USA o i pascoli del Sud del mondo, sono assolutamente insostenibili dal punto di vista ecologico perché richiedono enormi estensioni di terreno destinate alla coltivazione dei vegetali usati per mangime o al pascolo. Questo fa sì che periodicamente vengano adibite a questi scopi nuove terre, ma oggi, per far fronte all'enorme e crescente domanda di carne (in quanto anche le popolazioni che tradizionalmente ne consumavano poca, ne fanno sempre più uso), si distruggono ogni anno milioni di ettari di foresta pluviale e si contribuisce al processo di desertificazione dei terreni abbandonati. Nella foresta Amazzonica l'88% dei terreni disboscati è stato adibito a pascolo e così circa il 70 % delle zone disboscate in Costa Rica e a Panama. È stato calcolato che ogni hamburger importato dall'America Centrale comporta l'abbattimento e la trasformazione a pascolo di sei metri quadrati di foresta... Contrariamente a quanto si può pensare però, questa terra è inadatta al pascolo: dopo pochissimi anni di sfruttamento il suolo diviene sterile e gli allevatori si spostano in altre regioni. Gli alberi abbattuti non vengono commercializzati in quanto è più conveniente bruciarli sul posto con produzione di milioni di tonnellate di carbonio ed aumento dell'effetto serra.
Contemporaneamente si incrementa enormemente l'utilizzo di prodotti chimici: il problema di pesticidi e fertilizzanti non è legato all'agricoltura in sé e per sé, ma all'agricoltura finalizzata all'allevamento di animali: per quanto riguarda gli erbicidi, ad esempio, l'80% di quelli usati negli USA viene utilizzato nei campi di mais e di soia destinati all'alimentazione degli animali. La monocoltura, tipica in questo tipo di agricoltura, abbisogna di grandi quantità di fertilizzanti, meno necessari per altri tipi di coltivazione. Conseguenze si hanno anche sull'acqua: il 70% di quella utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall'agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d'allevamento). Una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, 50 litri un bovino o un cavallo, 20 litri un maiale e circa 10 una pecora. Per produrre solo cinque chili di carne bovina, è stato calcolato che serva tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno. L'acqua che ognuno di noi utilizza per la doccia in un anno corrisponde a quella necessaria per produrre metà della bistecca che consumiamo in una cena! Bisogna sommare, infatti, l'acqua impiegata nelle coltivazioni, l'acqua necessaria ad abbeverare gli animali e l'acqua per pulire le stalle. Per produrre un chilo di proteine animali occorre un volume d'acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali.
Occorre tener conto che nel trasformare le proteine vegetali in animali, una gran quantità di sostanze e di energia contenute nei vegetali viene sprecata: il cibo serve infatti a sostenere il metabolismo degli animali allevati e bisogna inoltre tener conto dei tessuti non commestibili come ossa, cartilagini e frattaglie, e degli escrementi. Il cosiddetto "indice di conversione" misura la quantità di cibo necessaria a far crescere di 1 kg un animale: ad un vitello servono 13 kg di mangime per aumentare il suo peso di 1 kg, mentre ne servono 24 ad un agnello; i polli richiedono invece 3 kg di cibo per ogni kg di peso corporeo. Se si considera poi che l'animale non "produce" solo carne, ma che vi sono anche gli scarti, queste quantità vanno raddoppiate.Il rendimento delle proteine animali è ancora più basso. Un bovino, ad esempio, ha un'efficienza di conversione delle proteine animali di solo il 6%: consumando cioè 790 kg di proteine vegetali, produce meno di 50 kg di proteine.
Dal punto di vista energetico, gli allevamenti sprecano enormi quantità di combustibile. Oltre allo spreco di energia necessaria per il funzionamento dell'organismo, va contata l'energia necessaria per la coltivazione del mangime e per il funzionamento degli allevamenti stessi. Dal punto di vista dell'uso di combustibile fossile, per ogni caloria di carne bovina servono 78 calorie di combustibile, per ogni caloria di latte ne servono 36 mentre per ogni caloria che proviene dalla soia sono necessarie solo 2 calorie di combustibile, in un rapporto di 39:1 a sfavore della carne.
Il problema delle deiezioni non è da trascurare: solo in Italia gli allevamenti producono annualmente circa 19 milioni di tonnellate di escrementi a scarso contenuto organico, che non possono essere usate come fertilizzante. Attualmente, lo smaltimento di questi liquami avviene per versamento sul terreno, il che conduce a gravi inquinamenti da sostanze azotate, ad inquinamento delle falde acquifere e dei corsi d'acqua di superficie, nonché ad eutrofizzazione dei mari. Anche i farmaci somministrati agli animali si riversano nel suolo, nei vegetali, nelle acque. Dalle deiezioni animali viene prodotta una tale quantità di metano (per ogni kg di carne, 3 etti di metano emessi durante la ruminazione) da contribuire per il 15%-20% all'effetto serra globale. Inoltre, l'80%-90% dell'ammoniaca immessa nell'atmosfera viene emessa dagli animali: questo è causa di piogge acide che danneggiano suoli e boschi. Oltre alle deiezioni, sono da smaltire tutte le parti di "scarto" degli animali uccisi. In caso di epidemie vengono bruciati o seppelliti (vivi o morti) milioni di animali. La cremazione necessita di una grande quantità di combustibile ed emette fumi inquinanti e tossici (compresa la diossina). La sepoltura contribuisce all'inquinamento delle fonti d'acqua e all'inquinamento da antibiotici (di cui gli animali sono imbottiti). Ma anche abitualmente viene prodotta un'enorme quantità di scarti non utilizzabili: la testa, i visceri, gli zoccoli, il contenuto dell'intestino, le cartilagini, le piume, le ghiandole, sono parti che non vengono normalmente usate. Fino a poco tempo fa esse venivano essiccate e tritate in farine carnee che venivano aggiunte ai mangimi degli animali erbivori, ma ora, dopo il caso "mucca pazza", questo non è più possibile (almeno, non lo è legalmente) e quindi vengono stoccate, con conseguente spreco di spazio e denaro pubblico. Altri sottoprodotti sono usati dall'industria. Ad esempio la pelle è usata nell'industria conciaria, che è una delle più inquinanti che esistano: le concerie sono responsabili dell'acidificazione di vasti territori agricoli e rendono non potabili le acque della zona in cui sorgono, oltre a essere estremamente dannose per la salute dei lavoratori
Se da una parte lo sviluppo della tecnologia sembra favorire l'economia, dall'altra ci si accorge che questo vale solo per le grandi industrie. I piccoli proprietari non possono permettersi grossi investimenti e, di conseguenza, il numero di piccole aziende a conduzione familiare cala costantemente con l'aumento della tecnologizzazione. La vera minaccia per l'occupazione proviene quindi proprio dagli allevamenti industriali, che riducono il numero delle piccole imprese a favore di quelle più grandi, che richiedono meno manodopera. L'intera filiera agro-zootecnica (e qualcosa in più...) è ormai in mano alle multinazionali della chimica che producono mangimi per gli animali, sementi (ibride o OGM, da riacquistare ogni anno) per gli agricoltori, erbicidi, pesticidi e concimi per le coltivazioni, farmaci ed integratori per gli animali, conservanti, coloranti e appetizzanti per i prodotti commerciali a base di carne, alimenti dietetici ed integratori per persone in sovrappeso, farmaci e chemioterapici per malattie degenerative! Se in passato esisteva un naturale legame tra coltivazione della terra ed allevamento degli animali, dal dopoguerra, con l'introduzione della chimica industriale che fornisce mangimi e farmaci, questo legame è stato interrotto con la diffusione degli allevamenti intensivi. Questo ha permesso la diminuzione del costo diretto della carne e la sua diffusione, ma bisogna tener conto che questo sistema non sopravvive senza sovvenzioni pubbliche (circa un quarto della spesa annua dell'Unione Europea è destinata a sovvenzioni per il settore zootecnico e altrettanto per coltivazione di vegetali destinati al consumo animale) per cui ciò che il cittadino risparmia dal macellaio, lo paga decuplicato indirettamente in tasse ed in spese mediche, considerato l'aumento di malattie correlate alle nuove abitudini alimentari.
Le ultime considerazioni riguardano i paesi del Sud del mondo dove solo i grandi latifondisti o i ricchi industriali che riforniscono le nostre tavole si arricchiscono a spese della popolazione e la salvaguardia ambientale, soprattutto proprio dei paesi meno tecnologizzati, dove questo sistema ha impoverito enormemente la biodiversità: delle 8-9000 piante utilizzate dall'uomo per nutrirsi nel corso della sua storia, oggi se ne coltivano solo 150 di cui 12, da sole, costituiscono, direttamente o indirettamente come mangimi per animali, l'80% dell'alimentazione umana.

LA SCELTA IGIENICO-SALUTISTA
La prima causa di morte nel mondo occidentale è rappresentata dalle malattie cardiovascolari: queste patologie, insieme ad altre di grande rilevanza come quelle tumorali, possono essere messe in relazione ad abitudini alimentari squilibrate. L'uso eccessivo (il termine può far discutere, ma si può pensare che sia già eccessivo mangiare carne più di due volte alla settimana e latticini più di…zero volte!) di carne, latte e latticini, uova, è causa di gravi danni all'organismo, soprattutto a motivo dei contenuti di questi alimenti (ad esempio grassi saturi ed aminoacidi) e, contemporaneamente, della carenza di fibre, carboidrati, sali minerali e vitamine.
È stato ormai dimostrato che il mondo vegetale può soddisfare ampiamente il nostro fabbisogno proteico, sia in termini di aminoacidi essenziali che non essenziali, e che non esistono proteine più 'nobili' di altre! Inoltre i vegetali presentano una varietà di forme e permettono possibilità di trasformazione sconosciute ai prodotti animali. Infine non dimentichiamo che la parola "vegetariano" deriva dal latino "vegetus", che significa "vigoroso", "attivo", e non "vegetale"…
Nella carne, nel latte e nelle uova si concentrano i pesticidi usati nella coltivazione delle piante utilizzate come mangime: si stima che negli USA l'80% dei pesticidi e fertilizzanti venga usato per la coltivazione dei cereali, dei semi oleosi e delle proteaginose destinati all'alimentazione degli animali d'allevamento. Se l'uomo consumasse direttamente gli stessi vegetali, ne mangerebbe meno: nel caso dei bovini, ad esempio, per ogni grammo di proteine che l'animale fornisce all'uomo, esso deve mangiare 16 grammi di proteine vegetali, accompagnate dai relativi veleni. Per questo motivo i pesticidi e i fertilizzanti sono più concentrati nella carne degli animali e chi si ciba di carne è costretto a ingerirne molti di più rispetto a quanto accadrebbe se consumasse direttamente i vegetali. Negli allevamenti industriali gli animali sono nutriti con sostante tossiche e con scarti di lavorazione di altri animali (che rendono cannibali specie erbivore), imbottiti di ormoni e farmaci, nonché sottoposti a manipolazioni genetiche. Se in Europa vengono consumate legalmente 5000 tonnellate di antibiotici legali, di queste 1500 sono per favorire la crescita artificiale di polli, suini, tacchini e vitelli. A queste vanno aggiunte le sostanze illegali, largamente impiegate e che molto difficilmente vengono scoperte nei controlli veterinari (un animale su 7000!), in quanto sempre diverse. Le vasche d'acquacoltura sono allevamenti intensivi al pari degli altri e nei pesci si trova ogni genere di sostanza chimica. Per i pesci che prima di essere pescati vivono liberi nei mari si pone invece il problema dell'inquinamento delle acque: questi animali sono veri e propri concentrati di sostanze tossiche, soprattutto di diossina.

LA SCELTA RELIGIOSO-SPIRITUALE
Si può ritenere la continuazione ideale della precedente: se la motivazione igienico-salutista infatti pone l'accento sulla salvaguardia della salute del corpo fisico, quella di tipo spirituale si concentra sulla salute e sull'igiene dei "corpi sottili", le parti della persona collegate cioè agli aspetti energetici e spirituali. Come l'ingestione di quantità eccessive di carne e di prodotti animali può infatti affaticare la digestione e, conseguentemente, organi ed apparati, così è ritenuto da alcuni che effetti dannosi possano verificarsi su processi o anche sistemi legati al sovrasensibile. Se è ormai comunemente accettato che il mangiare carne nutra l'aggressività, non si può tralasciare l'azione aggiunta di tutte le emozioni di terrore, rabbia, rancore, delusione, tristezza,... che l'animale prova già all'interno degli allevamenti e che aumenta in modo esponenziale nel momento in cui si avvicina al macello: di tutto questo, ed in particolare di ciò che prova l'animale al momento della morte, ci nutriamo, secondo alcuni, mangiando carne. L'alimentazione carnea non influenza quindi solo il livello fisico ma, parimenti, altri aspetti della persona: la sfera del pensiero, quella delle emozioni, quella della sessualità,... Non è un caso che molte religioni impongano l'astinenza dalla carne in generale o da alcune carni in particolare in certe condizioni, in determinati periodi o addirittura come regola sempre valida. La consuetudine del mangiare "magro" di venerdì tipica della nostra cultura, ad esempio, non aveva in origine il significato dell'effettuare una penitenza, come da alcuni è ancora ritenuto (penitenza vanificata da tutta una serie di cibi ricchi e gustosi a base di latte, uova e vegetali), quanto proprio quello di evitare l'assunzione di alimenti che potessero "appesantire", e quindi in qualche modo ostacolare, un atteggiamento devozionale, di raccoglimento, in generale di evoluzione spirituale.

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2004, n. 7

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