Educazione ambientale? No, grazie!

È ormai prassi consolidata, soprattutto nelle scuole d’infanzia ed elementari , che ai bambini vengano proposte attività sul tema della cosiddetta “educazione ambientale”: laboratori di riutilizzo di materiali vari, visite a fattorie didattiche, informazioni sul riciclo dei rifiuti, costruzione di giocattoli con materiali “poveri”, conoscenza di ecosistemi, piantumazione di alberelli e varie altre lodevoli iniziative che dovrebbero aprire il bambino, non solo in senso cognitivo ma anche sociale e culturale nell’accezione più ampia, alla conoscenza ed al rispetto del mondo in cui viviamo. Iniziative importantissime, soprattutto se consideriamo l’indifferenza ed il menefreghismo che dilagano su queste tematiche.
Eppure parlare di “educazione” ambientale ci suona strano, ci fa venire qualche dubbio, ci fa porre domande che meritano un po’ più d’attenzione rispetto ai frettolosi e stereotipati commenti che udiamo in genere su questi argomenti. Non vogliamo essere critici per partito preso, non cerchiamo la polemica facile, ma crediamo sia doveroso, soprattutto al giorno d’oggi, porci con le massime consapevolezza ed apertura mentale possibili nell’esaminare questioni che sono, nella stragrande maggioranza dei casi, molto più importanti di quanto potremmo credere ad una prima superficiale analisi.
Ambiente è lo spazio che ci circonda in tutti i suoi vari aspetti: fisico-chimico, biologico, ma anche culturale, sociale, relazionale, artistico, tecnologico, economico. Presa così, la definizione di ambiente risulta carica di soggettività: fin dove arriviamo a considerare lo spazio a noi circostante? Alla distanza di un metro attorno a noi? Alla nostra famiglia? Al nostro quartiere? Alla cultura del nostro paese? All’universo intero? Se parliamo di educazione ambientale, non possiamo non tener conto di questi aspetti, così come non possiamo utilizzare il termine “educazione” a nostro piacimento. Educazione è aprire il bambino al mondo e non riversare quest’ultimo su di lui. È sviluppare le potenzialità relazionali del ragazzo su tutti i livelli del suo essere: fisico-chimico, culturale, sociale, economico, e non imbottirlo di nozioni sulla fermentazione dell’uva o fargli guardare al microscopio le larve di non so quale insetto.
In realtà tutto è educazione ambientale ed educazione ambientale si è sempre fatta anche quando non aveva questo nome: la visita alla biblioteca di quartiere (quando esisteva) o al laboratorio dell’artigiano che impagliava le sedie (pure lui) erano già, all’inizio degli anni ’70, le prime esperienze di apertura della scuola al mondo circostante. E se allora avevano un peso squisitamente politico, mi sembra invece che parlare di educazione ambientale oggi risulti fondamentalmente una questione di business, di soldi. Volete dirmi che al giorno d’oggi è tutto così? Che dobbiamo arrenderci al materialismo ed all’opportunismo di chi insegna ai bambini come riutilizzare i fondi delle bottiglie di Coca-Cola dopo aver chiesto loro di acquistarle all’ipermercato? Che dobbiamo per forza assistere alla lezione di storia del fornaio di turno alla fiera del pane per ricevere informazioni travisate e deformate su cosa è bene mangiare? Che i nostri bambini devono assistere al filmato sulla macellazione del maiale in un allevamento intensivo per riappropriarci delle tradizioni della nostra terra? Che dobbiamo essere istruiti dagli scagnozzi delle aziende che detengono il monopolio dell’utilizzo dei rifiuti per sentir dire nelle aule scolastiche che gli inceneritori non inquinano? Che dobbiamo accettare supinamente lezioni di pseudo-ecologia spacciate da cacciatori per rinfoltimento delle pinete locali?
Ritengo ci sia qualcosa che non va. Certo non facciamo di ogni erba un fascio. Ma apriamo bene occhi ed orecchie, soprattutto quando ci sono di mezzo i bambini. Perché deformare i messaggi e vendere (non più regalare, a questo punto) menzogne spacciandole per verità assolute è segno di questi tempi.
E allora educazione ambientale deve divenire riflessione aperta sul nostro essere parte di un sistema, più o meno ampio, più o meno complesso. Ai bambini non interessano sterili nozioni di biologia o di chimica. Interessa toccare la terra, fare il bagno nel torrente, arrampicarsi su un albero. Non serve loro qualcuno che gli spieghi come fare le trecce del pane ferrarese (una volta all’anno!) se prima non li abbiamo lasciati liberi di manipolare materiali naturali quotidianamente. Ai bambini non servono nuove regole di buon comportamento quando non siamo capaci, come genitori e come insegnanti, di dare un buon esempio di profondo rispetto per la vita attorno a noi. Mentre serve ai ragazzi più grandi, alle scuole superiori per intenderci, una sana e disincantata riflessione sulle conseguenze dei loro e dei nostri comportamenti.
Siamo capaci di allargare il nostro concetto di ambiente all’universo intero, comprendendo lontane galassie come anche il bambino vicino a noi, culture di paesi lontani e piccoli insetti ai nostri piedi? E, soprattutto, siamo capaci di educare, di lasciar sbocciare i nostri bambini, come di aprirci, non solo nell’intelletto, col cervello, ma anche con il cuore ed il sentimento, all’altro fuori di noi? Fuori di noi ma parte dello stesso ambiente.

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2005, n. 10

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