Stress: la malattia del mondo moderno

Psicofarmaci e bambini. Parte terza.

Già agli inizi del XX secolo, un filosofo austriaco, Rudolf Steiner, avvertiva che la società occidentale sarebbe andata incontro ad un aumento del numero di malattie nervose, causate, a suo parere, dall’incremento del pensiero materialista e dei comportamenti da esso derivati. L’affermazione può apparire strana, ma, non volendo qui esporre le basi della filosofia di Steiner, rimandiamo il lettore che lo desidera ad una più approfondita analisi dei suoi scritti. Ci preme però cogliere questo spunto per una breve analisi.
Abbiamo parlato, nei numeri scorsi della rivista, di ricerche sullo stato di salute mentale dei bambini, di psicofarmaci e di psichiatrizzazione, di ciò che per un bambino può rappresentare benessere o malessere. Ci siamo lasciati con una domanda fondamentale: sappiamo in realtà cos’è l’infanzia? Parliamo di bambini e di tutela dei loro diritti, ma molti tra noi, pur essendo stati bambini, parlano di ciò che ritengono “debbano essere” i bambini senza in realtà parlare con i bambini veri, a cominciare da quello che vive ancora, inconscio, nel profondo della loro personalità… È possibile che al giorno d’oggi bambini di pochi anni siamo “curati” con psicofarmaci (svariati milioni solo negli USA), quando l’infanzia rappresenta per eccellenza l’età della spensieratezza e della gioia di vivere? Non ci attraversa la mente l’idea che una sofferenza espressa in così tenera età possa essere causata da fattori esterni, ambientali, e che valga più la pena rivolgere la nostra attenzione ad essi che non a contenere con farmaci la naturale e spontanea reazione che un bambino può opporre proprio a questi fattori? Un bambino esprime, naturalmente, la bellezza della vita che procede, al di là di ogni bruttezza e di ogni meschinità. Eppure, a pochi anni, questa bellezza e questo vigore possono essere già così appassiti e schiacciati? Solamente se noi adulti li calpestiamo sotto i nostri piedi… Ma cosa succede ad un bambino che nasce nella nostra società occidentale? Ancora nella vita intrauterina il feto deve fare i conti con una quantità esagerata di stimoli sonori, cui si aggiungono, dopo la nascita, stimoli visivi, olfattivi, tattili e gustativi sconosciuti alle giovani generazioni di pochi decenni fa. A questo bombardamento si aggiungono un’esperienza solitamente traumatica qual è quella della nascita negli ospedali moderni, un’alimentazione spesso squilibrata fin dai primi mesi di vita, un’esagerata somministrazione di farmaci, un inquinamento oppressivo, un contatto troppo stretto, precoce e falsato con il mondo adulto attraverso l’uso di strumenti quali la televisione ed il computer, il precoce distacco dall’ambiente familiare a favore di una prematura e discutibile istruzione,… Cosa possiamo aspettarci da tutto questo, se non piccoli adulti nervosi e stressati? Piccoli adulti che, crescendo, non faranno altro che accumulare esperienze simili a quelle accennate e che, adulti a tutti gli effetti, saranno ancor più nervosi e stressati.
Già da alcuni anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha accolto lo stress tra le cause di alcune tra le più gravi e diffuse malattie del mondo occidentale (quali ad esempio l’infarto o alcune malattie degenerative). È stato cioè finalmente riconosciuto anche dal mondo medico convenzionale che aspetti di iperstimolazione o fattori emotivi particolarmente pregnanti per un individuo possono condizionare il manifestarsi di patologie fisiche. Una conclusione di cui ognuno di noi, empiricamente, aveva già avuto prova svariate volte solo prestando un po’ d’attenzione a sé stesso o ai propri familiari. Ma ora è ufficiale: possiamo ammalarci di stress!. Varrebbe però la pena conoscere meglio lo stress, questo fantomatico nemico dal nome abusato ed inflazionato. Secondo una definizione ufficiale, stress è qualsiasi mutamento che interviene nell’ambito di vita di un individuo, cui l’individuo stesso risponde, adattandosi con maggiore o minore elasticità. Più semplicemente lo stress può essere rappresentato da una persona che incontriamo, da un cibo che ingeriamo o dal sole che ci riscalda. Di per sé, quindi, lo stress non è né negativo né positivo. La persona che incontriamo potrebbe essere un amico ma anche un rivale ed allora la nostra esperienza sarà già colorata in un dato modo. Ma se quella persona è un rivale, potremmo non gradire la sua presenza o esserne invece stimolati. Ancora una volta siamo noi che coloriamo l’esperienza di un colore per noi “positivo” o “negativo”; siamo noi che decidiamo, seppur inconsciamente, di incontrare uno stress stimolante, cui rispondiamo con elasticità, o piuttosto uno stress affaticante, cui rispondiamo con rigidità. Perché queste sono le due tipologie fondamentali di risposta: l’adattamento elastico, che non reprime le caratteristiche fondamentali dell’individuo che supera l’esperienza acquisendo competenze utilizzabili anche in contesti diversi, e l’adattamento rigido, rassegnato o sclerotizzato, che porta a ripetere i medesimi modelli comportamentali al di là della situazione data.
Oltre a questo aspetto qualitativo della questione, esiste però anche un aspetto quantitativo, determinato dalla somma di stimoli cui siamo oggetto: è evidente a tutti che un’esposizione al sole per un’ora al giorno dà effetti diversi da un’esposizione per dieci ore, come anche dall’assenza di esposizione. Possiamo evidenziare quindi due modalità di comportamento che ci possono aiutare a mantenere l’elasticità di adattamento tipica dei bambini: tendere all’equilibrio rispetto alla quantità di stimoli (né troppi né troppo pochi) e cercare di colorare nel modo più e gratificante e consono al nostro modo di essere le esperienze della vita, creandoci situazioni stimolanti adatte a noi stessi e rispondenti alla nostra natura. Quanto più ci teniamo vicini all’equilibrio quindi, sia in termini quantitativi che qualitativi, maggiore sarà l’elasticità con cui sapremo rispondere all’ambiente. Appare abbastanza evidente che la dimensione dell’essere risulta quella più vicina alle caratteristiche ora descritte, mentre le categorie del fare e, ancor più, dell’avere facilitano lo squilibrio sia in termini quantitativi che qualitativi.
Detto questo, torniamo ai nostri bambini e chiediamoci: le esperienze cui sottoponiamo i nostri figli, sono, per quantità e qualità, alla loro portata? Possono cioè reagire ad esse con sufficiente elasticità o li costringiamo, in quanto non ancora pronti, ad assumere comportamenti irrigiditi? Cerchiamo di offrire loro esperienze legate alla dimensione dell’essere o li abituiamo fin da piccoli al fare o, ancor più, all’avere? Se propendiamo verso una scelta più materialistica, creiamo, in un certo qual modo, le basi per un irrigidimento, per una precoce sclerotizzazione. Se contribuiamo a costruire situazioni in cui i nostri bambini sono soggetti sia ad eccessi di stimolazione che a stimolazioni non adatte alla loro natura infantile, creiamo le basi per il disturbo del mondo moderno: lo squilibrio nervoso.

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2004, n. 3

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