Crescere stressati ma veloci

Psicofarmaci e bambini. Parte quarta.

Nella parte precedente dell'articolo abbiamo accennato all'eccessiva quantità di stimoli che già il feto subisce nella vita intrauterina ed al momento della nascita. Un esperto ed attento ostetrico francese, Frédérick Leboyer, pubblicò a metà degli anni settanta un libro che fece scalpore. Leboyer, con una sensibilità ed una delicatezza pari solamente alla sua capacità poetica, raccontò, immedesimandosi nei panni nel bambino nascente, quelli che dovevano essere i traumi e gli abusi cui erano sottoposti i nascituri dalla prassi medica del tempo. Vissuto nove mesi nella penombra rosata dell'utero materno, il neonato, ad esempio, veniva accolto dai faretti accecanti delle lampade chirurgiche oppure veniva indotto immediatamente dopo il parto ad iniziare una respirazione polmonare con l'improvviso e precoce taglio del cordone ombelicale. Leboyer parlava di altri "abbagliamenti" che stimolavano in modo violento e in quantità eccessiva il piccolo nascituro. Sono trascorsi trent'anni dalla pubblicazione del libro ma ben poco è cambiato. I bambini continuano, nella stragrande maggioranza dei casi, a nascere "abbagliati" da stress eccessivi, mentre gravidanza e parto continuano ad essere considerati eventi più patologici che naturali, che devono essere gestiti in ambito medico e maschile.
Già dal momento della nascita, quindi, ed anche prima, il bambino è sottoposto ad iperstimolazioni, cioè stimolazioni eccessive per un sistema sensoriale ed un sistema nervoso non ancora formati pienamente.
Man mano che il bambino cresce viene abituato sempre più, nella nostra società occidentale, a questo stato di cose, spesso volontariamente. "Deve farsi le ossa", "prima inizia a conoscere il mondo, meglio è", "tanto i conti col mondo prima o poi deve farli", "prima si abitua, più diviene forte", sono alcune tra le tante frasi con le quali giustifichiamo le precoci iniziazioni dei nostri bambini al mondo adulto. Essere portati in posizione verticale in un marsupio a poche settimane di vita, separarsi anche solo poche ore (ma a volte molte di più) dai genitori per frequentare un asilo nido, assaggiare cibi dal sapore troppo intenso, assistere a filmati dai toni un po' forti, possono sembrare innocui momenti di sperimentazione di ciò che è la vita. Ma, in realtà, molte delle esperienze cui sottoponiamo i nostri figli sono anticipazioni troppo precoci per corpi e menti non ancora formati che vengono così costretti a crescere più in fretta di quanto dovrebbero.
Prendiamo, ad esempio, lo scheletro umano. Tutti sanno che il bambino, alla nascita, presenta un cranio non completamente formato, con aperture che ne aumentano l'elasticità. Ben pochi sanno, invece, che varie altre ossa, nel corpo, si trovano ancora allo stato cartilagineo o semicartilagineo e rimarranno tali ancora per vari anni. Pochi sanno che lo scheletro troverà il suo pieno compimento ben oltre il 26° anno di vita. Questo non significa che fino a tale età dobbiamo tenere nella bambagia il nostro ragazzo perché non si rompa, ma neanche, almeno nei primi anni di vita, sottoporlo a situazioni che, in modo innaturale, lo costringano a sforzi, posture o carichi inadatti. Portare i neonati nel marsupio è un'esperienza importante, sotto tanti punti di vista, ma costringerlo (perché di costrizione si tratta) alla posizione verticale (almeno) nei primi quattro-cinque mesi di vita significa affaticare gravemente la sua colonna vertebrale. Certo, il bimbo non piange, anzi, cercherà sempre più e sempre prima questa posizione che, tra l'altro, è più comoda anche per l'adulto. Ma gli effetti di tale scelta ci saranno, come sempre inevitabilmente. Forse però si manifesteranno molti anni più tardi e nessuno potrà, saprà o vorrà collegarli ai comportamenti di tanto tempo prima.
Parliamo di alimentazione. Ormai nel mondo tutti mangiano tutto: non esiste quasi più il cibo locale e tradizionale. Ci viene insegnato, anche da naturopati e nutrizionisti "alternativi", che è bene mangiare un po' di tutto. Ma il 'tutto' di oggi non è lo stesso 'tutto' di cent'anni fa. Allora chi mangiava un po' di tutto non faceva i conti con la carne di struzzo o i sushi giapponesi. Oggi non solo mangiamo un po' di tutto, ma lo facciamo anche molto presto. Ci sono bambini svezzati con carne a due-tre mesi di vita. "Così imparano a digerirla": si abituano a digerirla, certo, ma non è detto che ci riescano bene; e, forse, questa difficoltà di digestione se la porteranno dietro tutta la vita, insieme ad un sistema digestivo affaticato precocemente e mai più ripresosi.
Perché questo è ciò che succede sotto il nostro naso, senza che ce ne accorgiamo. Per affrontare le situazioni iperstimolanti (cioè iperstressanti) che vengono loro offerte continuamente, i bambini sono costretti a crescere più in fretta, a divenire adulti prima, sia fisicamente che mentalmente. E fin qui ce ne rendiamo conto. Quello che forse ci sfugge è che, in questo modo, diventano anche vecchi prima, invecchiano precocemente. L'abbiamo detto: il modo migliore per fronteggiare lo stress consiste nel mantenere l'elasticità; i nostri bambini invece, appesantiti ed affaticati da esperienze che non riescono a fronteggiare con i mezzi che lo sviluppo naturalmente offre loro, si irrigidiscono e si sclerotizzano.
Quello che è vero per il corpo fisico, lo è anche per la mente, e bruciare le tappe della vita in situazioni a forte impatto emotivo (tanto più se negativo), porta nella nostra società un numero sempre maggiore di persone frustrate, non integrate, in perenne conflitto con sé stessi e con l'ambiente. E se tenteremo di frenare e contenere il disagio che i bambini giustamente manifestano reprimendolo con farmaci e punizioni o allontanandolo con giocattoli e televisione, otterremo l'effetto opposto: di confermarlo ed alimentarlo, rendendo ancora più nervosi i nostri figli.
Riacquistiamo tempi e ritmi più naturali, affrontiamo e sciogliamo le situazioni stressanti, riprendiamo possesso della nostra vita, certo. Ma, sopra a tutto, ridiamo naturalità alla vita dei nostri figli, restituiamo loro la vera dimensione dell'infanzia. Solo così potremo avere un futuro di adulti ancora giovani nel corpo e nella mente, sufficientemente elastici per affrontare i repentini mutamenti di queste epoche e capaci di accogliere la vita in tutte le sue forme.

Valerio Donati

PUBBLICATO SU “IL CUORE DELLA ROMAGNA”, 2004, n. 4

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